Episodios

  • Occhi su Gaza, diario di bordo #122
    Jan 10 2026
    A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare solo nei comunicati. Sul terreno, nelle ultime ventiquattro ore, restano almeno tredici morti sotto i raid israeliani, cinque bambini. Una tenda per sfollati colpita nel sud, una casa distrutta nella parte orientale di Gaza City, bombardamenti tra Jabalia e Khan Younis. I luoghi sono sempre gli stessi, cambia soltanto il conteggio dei corpi. Intanto il vento e la pioggia sferzano le tendopoli: l’assedio aggiunge anche il freddo.
    L’esercito israeliano parla di “obiettivi terroristici” e di risposta a un proiettile partito da Gaza e caduto prima di raggiungere Israele. È la formula standard, ripetuta, che cancella il contesto: colpire aree dove vivono sfollati significa colpire civili, anche quando il bersaglio dichiarato ha un altro nome. Hamas risponde accusando Israele di violare gli impegni della tregua e, nello stesso tempo, prova a mostrare disponibilità sul dopo, evocando la consegna del governo di Gaza a un’entità palestinese. Parole contro macerie.
    Fuori da Gaza, il boomerang è politico. Rula Jebreal scrive che l’“ordine mondiale basato sulle regole” è morto a Gaza. Nelle stesse ore il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier accusa gli Stati Uniti di distruggere quell’ordine, legittimando il diritto del più forte. Gaza smette di essere un’eccezione umanitaria e diventa un precedente: ciò che passa lì diventa norma altrove.
    L’Italia si muove su un altro registro. Giorgia Meloni ribadisce che Gaza “resta nei radar”, annuncia fondi per la cooperazione, offre l’addestramento dei Carabinieri alle future forze di sicurezza palestinesi e apre, con molte cautele, a una forza multinazionale sotto egida Onu. Mentre sul terreno si colpiscono tende, a Roma si discute di addestramento e mandati parlamentari. Il linguaggio della gestione prende il posto di quello della protezione.
    La chiusura arriva da un atto istituzionale che pesa più di mille analisi. Papa Leone XIV parla di “grave crisi umanitaria” in Terra Santa, richiama la prospettiva dei due Stati e segnala l’aumento delle violenze in Cisgiordania contro i civili palestinesi. Gaza e West Bank nello stesso respiro. La tregua resta una parola tecnica. L’assedio, una realtà quotidiana.


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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #121
    Jan 9 2026
    La chiamano tregua. A Jabalia, ieri, la tregua ha il corpo di una bambina di undici anni colpita da un proiettile mentre stava fuori casa. È successo a ovest del campo, area Al-Faluja. Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, dicono le cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali e riprese dalle agenzie internazionali, i morti palestinesi sono centinaia. La parola resta la stessa, il conto cresce.
    A est di Gaza City, quartiere Al-Zaytoun, arrivano segnalazioni di fuoco pesante verso civili. A poche ore di distanza, un bombardamento colpisce una casa della famiglia Alwan in via Yafa, ad Al-Tuffah: due morti, diversi feriti. Le immagini circolano, le versioni si accavallano, la scena è sempre quella. Una tregua che sul terreno assomiglia a una linea gialla invisibile: la oltrepassi e sparano, resti fermo e il cielo decide.
    Israele parla di un razzo partito da Gaza City e caduto all’interno della Striscia, vicino a un ospedale. La risposta, dicono, è “mirata” contro il punto di lancio. La formula è collaudata, il risultato no. Ogni colpo aggiunge detriti alla narrazione del cessate il fuoco, la svuota di senso pratico e la riempie di note a piè di pagina.
    Fuori dalla Striscia, la Turchia accusa violazioni e chiede che gli aiuti entrino senza interruzioni. Dentro Israele, la cronaca si piega su sé stessa: proteste degli ultra-ortodossi contro la leva, un ragazzo di quattordici anni investito e ucciso da un autobus, l’appello del primo ministro alla calma. Anche qui la parola è sempre la stessa, tregua, declinata come ordine pubblico.
    Intanto i convogli umanitari entrano a singhiozzo. I numeri vengono elencati, i camion contati. A Gaza la parrocchia della Sacra Famiglia perde il suo parroco: il visto non viene rinnovato, deve partire. Restano le persone, le stanze vuote, le promesse scritte nei comunicati.
    La tregua esiste nei testi. Sul terreno, continua a sparare.


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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #120
    Jan 8 2026
    Rafah resta chiuso. Un valico trasformato in leva politica: se una salma non viene restituita, il confine non si apre. Il messaggio passa dai canali ufficiali israeliani e diventa subito pressione negoziale. Nel frattempo, sul terreno, la vita continua a cedere per dettagli che dettagli non sono. A ovest di Gaza City una tenda crolla, un muro improvvisato cede, una donna muore tre giorni dopo il matrimonio. Un incidente, dicono. In realtà è la misura di cosa significhi vivere appesi a ripari che riparo non sono. Anche l’ONU lo scrive senza retorica: le tende offrono protezione temporanea. Qui il tempo è finito da mesi.
    La tregua raccontata come tregua convive con l’incendio come normalità. Un quadcopter colpisce un generatore su un tetto, un edificio residenziale prende fuoco nel quartiere di Al-Tuffah. Un generatore: elettricità, acqua, sopravvivenza minima. Il bersaglio è tecnico, l’effetto resta civile.
    La stessa logica attraversa i luoghi del sapere. A Birzeit, in Cisgiordania, le forze israeliane entrano nel campus universitario durante le lezioni. Gas, proiettili, arresti. A Gaza le università sono macerie, in Cisgiordania diventano obiettivi. L’istruzione trattata come una minaccia da contenere.
    Poi c’è il fronte dei testimoni. A Medici Senza Frontiere viene imposto di fermare le attività a Gaza. La motivazione ufficiale parla di “neutralità”, di un report che accusa l’organizzazione di usare parole considerate politiche: genocidio, apartheid, fame come arma. Il linguaggio diventa prova d’accusa.
    Lo stesso schema vale per i giornalisti. La stampa internazionale resta fuori da Gaza per “ragioni di sicurezza”, mentre i reporter palestinesi continuano a morire uno dopo l’altro.
    Valichi chiusi, tende che crollano, università invase, ONG fermate, giornalisti respinti. L’assedio funziona anche così: restringendo lo spazio, il tempo e le parole. Finché raccontare diventa un atto da autorizzare.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #119
    Jan 7 2026
    Bir Zeit, mattina. Dentro l’università. Le lezioni in corso. I blindati entrano nel campus, i lacrimogeni riempiono i viali, i colpi partono. La Mezzaluna Rossa conta undici feriti: cinque colpiti da proiettili veri, quattro intossicati dal gas, due caduti durante la fuga. È la Cisgiordania, oggi. Un’università trattata come un obiettivo. Il luogo in cui si forma il futuro trasformato in teatro operativo.
    Nello stesso giorno, a Gerusalemme, lo Stato di Israele difende davanti alla Corte Suprema il divieto di accesso dei media internazionali a Gaza. La motivazione resta la stessa: sicurezza. Vale anche durante la tregua. Vale anche mentre si dice che il cessate il fuoco è in corso. Così il quadro si compone: colpire chi studia e impedire a chi racconta di entrare. Territorio e narrazione tenuti insieme, sotto controllo.
    A Gaza, intanto, la tregua ha un bilancio che non assomiglia a una tregua. Dall’11 ottobre, secondo fonti mediche locali, i morti sono 424 e i feriti 1.199. I soccorritori parlano di corpi ancora sotto le macerie, ambulanze bloccate, protezione civile che arriva tardi perché spesso non arriva affatto. Un bambino di otto anni muore con il padre nel crollo di un edificio già colpito. La tregua lascia intatti i danni, li fa solo cedere con più lentezza.
    L’Unione europea prova a rientrare in scena con una dichiarazione: chiede a Israele di consentire l’accesso alle Ong, di garantire aiuti “salvavita”, di tenere conto dell’inverno, delle scuole chiuse, degli ospedali al minimo. Parole scritte mentre, sul terreno, l’accesso resta selettivo e l’informazione resta fuori.
    E poi c’è la mappa che si muove. I blocchi di cemento della cosiddetta “yellow line” lungo la costa di Gaza che, secondo reporter palestinesi, vengono spostati in avanti. Centimetri alla volta. Senza annunci. Senza conferenze stampa. Il genocidio che continua anche quando si chiama tregua, fatto di campus occupati, telecamere spente e confini che avanzano in silenzio.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #117
    Jan 6 2026
    A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile.

    Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa.

    Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l’assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio.

    Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo.

    È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l’Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #116
    Jan 3 2026
    Stanotte a Gaza si muore di freddo. Una madre e suo figlio sono morti a Gaza City nell’incendio di una tenda, acceso da una candela usata per scaldarsi durante un blackout. A Nuseirat una neonata è morta per ipotermia. La tregua promette quiete, produce combustione domestica. È la morte minuta che accompagna ogni cessate il fuoco raccontato come normalità ritrovata.
    Nello stesso tempo Israele ha notificato la revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative operative nella Striscia. Dal primo gennaio le autorizzazioni decadono, dal primo marzo le attività dovranno cessare. Medici Senza Frontiere parla di criteri opachi e assenza di garanzie. Oxfam valuta ricorsi. Caritas richiama gli accordi internazionali che tutelano la presenza umanitaria. L’ONU avverte che l’impatto sarà immediato su acqua, elettricità, assistenza sanitaria di base. La macchina dell’aiuto viene ridotta per atto amministrativo, mentre le tende bruciano.
    Dieci Paesi occidentali hanno firmato un appello congiunto per chiedere a Israele di garantire l’operatività delle ONG a Gaza. L’Italia non ha aderito. L’assenza pesa perché arriva mentre il governo rivendica centralità diplomatica e rispetto del diritto internazionale. Qui il diritto resta evocato, mai praticato.
    Poi c’è il cielo. Mentre a terra si chiudono le ONG e si muore per il freddo, l’aereo di Benjamin Netanyahu ha attraversato lo spazio aereo italiano senza ostacoli, con l’assenso del nostro governo. Non è un dettaglio logistico. È una scelta politica. La stessa Italia che resta fuori dall’appello umanitario apre i propri cieli al primo ministro accusato di crimini internazionali. Netanyahu non passa: viene lasciato passare.
    Intanto la cronaca continua. A Jabalia al Nazla un minore è stato ucciso dalle forze israeliane. Dall’11 ottobre, secondo fonti palestinesi, i morti “durante la tregua” sono 417, i feriti 1.153. È un bilancio che racconta attrito, non pace.
    La tregua assume così una forma precisa: meno bombe, più burocrazia; meno rumore, più freddo. Le candele restano accese. Le ONG vengono spente. I cieli restano aperti.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #115
    Jan 1 2026
    Dal 1° gennaio 2026 Israele ha deciso che a Gaza si entra solo previa registrazione ideologica. Trentasette organizzazioni umanitarie internazionali vedranno scadere le licenze. Medici, infermieri, logisti, magazzini di farmaci e sacchi di farina finiscono sotto la stessa voce amministrativa: conformità. In mezzo a un disastro umanitario certificato da mesi, l’accesso agli aiuti viene trattato come una pratica sospetta.
    I nuovi requisiti chiariscono il punto. Alle ONG viene chiesto di consegnare elenchi dettagliati del personale, di dichiarare fedeltà politica, di prendere le distanze da boicottaggi, di accettare senza attrito le narrazioni ufficiali israeliane sul 7 ottobre. Chi cura deve prima dimostrare di non disturbare. Chi testimonia deve imparare a tacere. La neutralità umanitaria viene riscritta come atto di obbedienza.
    Dentro questa cornice finiscono anche Medici senza Frontiere, Oxfam, Azione contro la Fame. Le stesse organizzazioni che hanno denunciato la distruzione degli ospedali, la mancanza d’acqua, l’impossibilità di garantire cure basilari. Prima le accuse di faziosità, poi la risposta amministrativa. È una sequenza ordinata: delegittimazione, schedatura, espulsione. Nessun carro armato serve quando basta un modulo respinto.
    Le reazioni internazionali oscillano tra l’indignazione verbale e la cautela diplomatica. Amnesty parla di un ulteriore passo verso l’annientamento della popolazione civile. Alcuni governi esprimono “preoccupazione”. Altri cercano scappatoie giuridiche per restare. Intanto, a Gaza, la realtà resta identica: ospedali mutilati, acqua razionata, bambini senza anestesia.
    Da Tel Aviv il messaggio è lineare: tutto passa dalla sicurezza. Anche il cibo. Anche le flebo. Anche le ambulanze. La sicurezza diventa la parola che giustifica ogni vuoto.
    Alla fine resta una domanda sporca, senza diplomazia: quando chi porta aiuto viene trattato come un nemico, quanto manca a dichiarare illegittima anche la vita che quell’aiuto prova a salvare?

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #114
    Dec 31 2025
    Mar-a-Lago promette soluzioni rapide. Gaza misura soltanto procedure e macerie. Nelle ultime ventiquattro ore il racconto ufficiale è salito di tono: ultimatum, fasi, disarmo evocato come scorciatoia. Sul terreno, invece, il tempo resta amministrativo e decide chi vive e chi aspetta.
    Trump minaccia “l’inferno” se Hamas non consegna le armi, Netanyahu costruisce la cornice politica della fase due. A Gaza ogni fase coincide con la precedente. A Shuja’iyya, a est di Gaza City, continuano le demolizioni di edifici residenziali. Quartieri ridotti a planimetrie, case sbriciolate come pratica ordinaria.
    La morsa passa dagli uffici. Israele avvia revoche e mancati rinnovi di licenze per organizzazioni internazionali attive fra Cisgiordania e Striscia, motivando con registri e presunti legami. Il lessico è quello delle carte, l’effetto è quello dell’assedio: aiuti più fragili, corridoi più stretti, civili più esposti al ricatto del timbro.
    Intanto l’inverno entra nelle tende. Pioggia e freddo aggravano la vita degli sfollati, ammassati in campi improvvisati dove la protezione è una plastica tesa. Le immagini raccontano un’emergenza che scorre parallela ai comunicati, senza mai incrociarli.
    Fuori dalla Striscia, l’assedio cambia forma e resta sostanza. In Cisgiordania e a Gerusalemme gli arresti continuano a crescere, diventano statistica, includono giornalisti. Stessa logica di saturazione: controllo e normalizzazione della forza.
    Altrove, in Europa, si prova a incidere sulla normalità quotidiana, persino sul turismo legato agli insediamenti. Qui si discute di fasi. Gaza resta un luogo senza fasi, dove ogni giorno ricomincia dall’inizio, fra macerie, carte e freddo.


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