La Sveglia di Giulio Cavalli Podcast Por Giulio Cavalli arte de portada

La Sveglia di Giulio Cavalli

La Sveglia di Giulio Cavalli

De: Giulio Cavalli
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Dal lunedì' al venerdì, ogni mattina, la sveglia per il quotidiano La Notizia. E poi le letture. E tutto quello che ci viene in mente.

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Política y Gobierno
Episodios
  • Occhi su Gaza, diario di bordo #158
    Feb 28 2026
    La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi.
    Intanto a Ginevra si combatte un’altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente.
    Sul fondo c’è l’altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l’UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l’UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche.
    La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un’altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica.


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    2 m
  • Occhi su Gaza, diario di bordo #157
    Feb 27 2026
    A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all’Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l’accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto.
    In Cisgiordania, intanto, l’occupazione si consolida con un altro timbro. L’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell’indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l’Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L’annessione avanza per prassi, senza proclami solenni.
    Poi c’è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L’esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un’attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B’Tselem parla di messa in scena.
    Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell’annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro.

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    2 m
  • Occhi su Gaza, diario di bordo #156
    Feb 26 2026
    Le ruspe arrivano quando il rumore delle bombe smette di occupare i titoli. A Beit Liqya, a sud-ovest di Ramallah, i bulldozer israeliani entrano tra serre e abitazioni palestinesi e iniziano a demolire case e strutture agricole. Un’operazione registrata come intervento ordinario. La guerra, qui, assume la forma della gestione quotidiana del territorio.
    Mentre Gaza continua a vivere tra macerie e sfollamenti permanenti, la Cisgiordania cambia lentamente volto. Le demolizioni restringono spazio abitabile, interrompono economie familiari, trasformano villaggi in territori provvisori. Ogni muro abbattuto produce uno spostamento forzato che raramente diventa notizia internazionale. La violenza perde spettacolarità e diventa procedura.
    Nelle stesse ore emerge un dato che pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Il Committee to Protect Journalists certifica che il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato per l’informazione: 129 operatori dei media uccisi nel mondo, ottantasei collegati alla guerra di Gaza. Due terzi delle morti risultano attribuite alle operazioni israeliane. Raccontare questo conflitto resta una delle attività più pericolose esistenti, e ogni voce che scompare riduce ciò che il mondo riesce a vedere.
    La pressione sul racconto continua anche lontano dal fronte. Il ministero della Difesa israeliano dispone la chiusura di cinque piattaforme mediatiche palestinesi attive a Gerusalemme Est. Meno immagini circolano, meno testimonianze sopravvivono, più semplice diventa trasformare la guerra in narrazione controllata.
    Intanto, negli Stati Uniti, Donald Trump dichiara pubblicamente conclusa la guerra e sostiene che tutti gli ostaggi sarebbero tornati a casa.
    La giornata si richiude dove era iniziata: tra polvere e ruspe. Gaza resta sospesa dentro questa distanza crescente tra parole ufficiali e realtà che continua a consumarsi davanti agli occhi di chi riesce ancora a raccontarla.
    Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l’evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L’emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario.


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