Occhi su Gaza, diario di bordo #122
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L’esercito israeliano parla di “obiettivi terroristici” e di risposta a un proiettile partito da Gaza e caduto prima di raggiungere Israele. È la formula standard, ripetuta, che cancella il contesto: colpire aree dove vivono sfollati significa colpire civili, anche quando il bersaglio dichiarato ha un altro nome. Hamas risponde accusando Israele di violare gli impegni della tregua e, nello stesso tempo, prova a mostrare disponibilità sul dopo, evocando la consegna del governo di Gaza a un’entità palestinese. Parole contro macerie.
Fuori da Gaza, il boomerang è politico. Rula Jebreal scrive che l’“ordine mondiale basato sulle regole” è morto a Gaza. Nelle stesse ore il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier accusa gli Stati Uniti di distruggere quell’ordine, legittimando il diritto del più forte. Gaza smette di essere un’eccezione umanitaria e diventa un precedente: ciò che passa lì diventa norma altrove.
L’Italia si muove su un altro registro. Giorgia Meloni ribadisce che Gaza “resta nei radar”, annuncia fondi per la cooperazione, offre l’addestramento dei Carabinieri alle future forze di sicurezza palestinesi e apre, con molte cautele, a una forza multinazionale sotto egida Onu. Mentre sul terreno si colpiscono tende, a Roma si discute di addestramento e mandati parlamentari. Il linguaggio della gestione prende il posto di quello della protezione.
La chiusura arriva da un atto istituzionale che pesa più di mille analisi. Papa Leone XIV parla di “grave crisi umanitaria” in Terra Santa, richiama la prospettiva dei due Stati e segnala l’aumento delle violenze in Cisgiordania contro i civili palestinesi. Gaza e West Bank nello stesso respiro. La tregua resta una parola tecnica. L’assedio, una realtà quotidiana.
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