La globalizzazione della politica e lo spettro del populismo.
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Narrated by:
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Virtual Voice
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By:
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Michele Di Salvo
This title uses virtual voice narration
Ripercorrere e cercare di ricostruire le elezioni americane dal 2012 ad oggi non significa solo descrivere il fenomeno del trumpismo, della sua nascita, crescita ed eredità complessiva, del su9o significato e della sua incidenza nella politica americana.
È l'occasione per guardare alla trasformazione della comunicazione politica globale.
Offre l'occasione per cogliere i tratti comuni della lunga parentesi della politica populista degli ultimi dodici anni, comprenderne i legami globali attraverso la comunicazione politica ed elettorale, ma anche attraverso la crisi dei grandi partiti di massa, cominciata ben prima.
l voto nell'era della decostruzione dei partiti politici come organizzazioni sociali non è più un atto razionale e collettivo (ed in questa accezione militante), ma una scelta emotiva e individuale, che tiene conto della propria condizione e risponde alle proprie esigenze.
Se la comunicazione verticale creava uno storytelling unico, in cui la rappresentazione della realtà era monoliticamente unidirezionale, le nuove forme di comunicazione orizzontale creano differenti narrazioni del tempo e delle condizioni sociali.
Quello che è saltato è il quadro complessivo dell'elettorato e degli insiemi in cui viene suddiviso per essere analizzato e compreso. Insiemi sociali, economici, etnico-razziali, culturali, cui si fa riferimento nelle indagini dei comportamenti elettorali quanto di consumo e di atteggiamento sociale che sono stati completamente stravolti: segno quest'ultimo che complessivamente l'America è un subcontinente molto più unito ed omogeneo di quanto non era dato immaginare, ma anche più trasversale e declinabile solo attraverso nuove categorie socio-economiche.
Per altro in questo caso molto più semplici, figlie della crisi economica di dieci anni fa, e che proprio questa tornata elettorale ha mostrato con la massima chiarezza.
Ripercorrere l’analisi di ciò che è accaduto nel 2016 e collegarlo alle elezioni del 2020 non deve farci cadere nell’errore di pensare che quella di Trump sia stata una parentesi destinata ad essere archiviata.
Il trumpismo da una risposta concreta ad un vuoto, e fornisce un metodo di aggregazione.
Il vulnus quindi non è il trumpismo e il rischio che esso in sé rappresenta per il modello democratico, quanto il vuoto che i Trump vanno a colmare, un malessere che ha eterogenee forme di rappresentazioni, non certo recenti.
Quanti ad esempio si sono fermati a riflettere che forse gran parte del voto a Trump fosse in sostanza un voto contro i Clinton? Discorso analogo alle ascese di Salvini, Grillo, Orban, Le Pen, Macron e Johnson. Tutti casi assolutamente diversi tra loro, ma tutti riempitivi di un vuoto. Che resta tale.