Episodios

  • 226: Ministri a targhe alterne
    Apr 13 2026
    Giorgia Meloni non vuole che si parli di rimpasto, non vuole che si dica che il governo è in crisi, non vuole essere considerata responsabile delle difficoltà che il suo governo sta affrontando. Eppure la lista dei ministri in difficoltà è tutto tranne che breve — e la coalizione si comporta come separati in casa: la Lega è appostata sul Viminale, Forza Italia è a pezzi, e il resto del consiglio dei ministri si divide tra chi è sparito e chi è fin troppo visibile, spesso anche per dispiacere degli alleati.

    Nel frattempo il governo ha silurato l’ex ad di Leonardo, Roberto Cingolani, forse per compiacere Washington, forse per serrare i ranghi. E sulla crisi energetica, tra lo spettro del lockdown e il costo del pieno sempre piú alto, continuano ad arrivare poche risposte, e nessuna riflessione su come ci siamo ritrovati qui, senza piano di per una transizione energetica, 20 anni dopo quando serviva.

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  • 225: Oh no
    Mar 25 2026
    Congratulazioni! Da quanto tempo non vi capitava di votare per qualcosa che vince le elezioni? In questa puntata di TRAPPIST, registrata prima delle dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, e dello stallo alla messicana con Santanchè, parliamo delle conseguenze del voto: sul governo, e anche sull’opposizione, che ora deve superare le proprie differenze per arrivare a una proposta unitaria, in vista di primarie a cui sia Conte che Schlein si dicono pronti.

    Ma se gli eventi delle ore successive alla registrazione fanno intendere che la crisi di governo è ancora più profonda di quanto sembrasse, sembra anche che i partiti di opposizione siano in realtà meno pronti a buttarsi nel percorso delle primarie di quanto apparisse sull'ondata della vittoria al referendum.

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    47 m
  • 224: Con ragioni per il Sì come queste, chi ha bisogno di ragioni per il No
    Mar 17 2026
    Mancano pochi giorni al voto, che nelle ultime settimane le forze di governo hanno politicizzato con quella che sembra crescente disperazione. In questa puntata di Trappist passiamo in rassegna i momenti più assurdi di una campagna elettorale per il Sì che si è rivelata la migliore pubblicità per il No.

    La piú clamorosa è una delle piú recenti: Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che in tv invita a votare sì per "toglierci di mezzo la magistratura,” paragonandola a “un plotone d'esecuzione." Nordio, che da mesi colleziona uscite imbarazzanti — dalla magistratura come sistema "paramafioso" ai magistrati "inetti" che vanno “colpito nella carriera” — fino alla leghista Matone che ammette, senza sapere che nella stanza erano presenti giornalisti, che il ministro dice "cose che tutti pensano, ma almeno noi non le diciamo." Una menzione speciale per Tony Tajani, che ha dichiarato che la riforma onorerebbe la memoria di Silvio Berlusconi, e che alla possibilità dello spostamento della polizia giudiziaria fuori dall'autorità della magistratura. Quello che doveva restare un referendum tecnico ha finito per smascherare le reali ambizioni della coalizione: non il magistrato inetto, ma il magistrato che applica la legge in un modo che non piace al governo.

    Meloni ha aspettato l'ultima settimana per esporsi in prima persona, e lo ha fatto con un crescendo allarmante: al Teatro Parenti di Milano ha evocato "immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà" come conseguenza di una vittoria del no, non è chiaro come. Tutto questo nel contesto di mesi in cui la magistratura è stata attaccata frontalmente.

    Se dovesse vincere il No, e in modo solido, sarebbe la seconda sconfitta su tre grandi riforme costituzionali dopo il naufragio dell'autonomia differenziata, con il premierato ormai fuori portata a un anno dalle elezioni. Il governo si ritroverebbe senza agenda di riforme, senza margini economici e con una finanziaria difficilissima all’orizzonte tra impegni europei e NATO. Per Meloni, che ha scelto di metterci la faccia negli ultimi dieci giorni, il rischio è quello di una sconfitta simbolica paragonabile a quella di Renzi sul referendum costituzionale o della Lega in Emilia-Romagna.

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    44 m
  • 223: Thumbs Up*
    Mar 8 2026
    A una settimana dall'inizio della guerra contro l'Iran, l'unica cosa chiara è che niente sta andando come previsto — né per Washington, né per Tel Aviv, né tantomeno per un'Europa che si muove senza direzione. In questa puntata di Trappist facciamo il punto su una settimana di bombardamenti, diplomazia inesistente e politica italiana in stato confusionale.

    Partiamo dall’inizio: gli attacchi di "decapitazione" non hanno decapitato nulla. I Guardiani della rivoluzione non si sono sgretolati, la popolazione iraniana non si è sollevata, i militanti curdi non si sono mobilitati. L'intelligence statunitense aveva scommesso su uno scenario tipo Venezuela — eliminare i vertici, trovare un successore addomesticabile, trovare un accordo commerciale — ma l'Iran non è il Venezuela, e il governo Netanyahu guarda piuttosto al modello Libia: disgregazione totale e permanente. Trump, intanto, ha ammesso senza pensarci troppo di aver fatto ammazzare tutti i potenziali successori che gli Stati Uniti avevano individuato come papabili.

    In Europa, von der Leyen si è mossa in totale autonomia su posizioni filoisraeliane e filostatunitensi, scavalcando Kaja Kallas, il resto della Commissione e i leader degli stati membri. L'unico paese a mantenere una linea dignitosa e indipendente è la Spagna di Sánchez. In Italia, Crosetto ammette che l'attacco è illegale ma si limita a minimizzare il ruolo di Sigonella.

    A fine puntata parliamo del DDL Romeo, approvato al Senato in queste ore, che adotta la definizione di antisemitismo dell'IHRA includendo nell'etichetta anche le critiche all'azione dello Stato di Israele e il boicottaggio dei prodotti israeliani. Il Partito democratico si è astenuto — spaccato tra 6 senatori dell'ala riformista che hanno votato a favore e il resto che non ha avuto il coraggio di votare contro. In un momento in cui le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte del governo Netanyahu sono squadernate in maniera palese, l'astensione è un atto di pavidità politica che resterà scritto nella storia. Il tutto in un contesto italiano in cui, tra decreto sicurezza e DDL Romeo, lo spazio per organizzarsi ed esprimersi al di fuori del canone riconosciuto dal governo si restringe, pezzo dopo pezzo.

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    56 m
  • 222: Una legge elettorale su misura
    Mar 5 2026
    Priorità: il governo ha bocciato la proposta di congedo parentale paritario delle opposizioni e ha presentato una nuova legge elettorale su misura.

    La proposta di legge, a prima firma Schlein, avrebbe portato il congedo di entrambi i genitori a 5 mesi retribuiti al 100%, finanziandolo con il taglio dei sussidi ambientalmente dannosi — che in Italia valgono circa 123 miliardi di euro all'anno. Il governo ha risposto che non ci sono le coperture: la stessa scusa usata per il salario minimo, mentre i soldi per i centri in Albania, il ponte sullo Stretto e l'aumento delle spese militari saltano fuori senza problemi.

    Oggi in Italia il congedo obbligatorio per le madri è di 5 mesi pagato all'80%, quello per i padri è di 10 giorni — fino al 2018 erano due. La sproporzione è la radice strutturale della disparità salariale tra uomini e donne: i dati mostrano che le retribuzioni femminili subiscono una flessione in corrispondenza della maternità che non viene mai recuperata lungo l'intera carriera lavorativa. Equiparare i congedi significherebbe anche eliminare l'alibi con cui molte imprese preferiscono assumere uomini.

    Schlein ha fatto notare che questa bocciatura arriva "dal primo governo che ha un presidente del Consiglio donna." Il tema si allarga alla questione della riduzione dell'orario lavorativo — la proposta Conte delle 6 ore giornaliere, tutt'altro che populista alla luce degli studi sulla produttività — e alla contraddizione di fondo di un sistema che chiede alla gente di fare figli e poi tratta la genitorialità come un problema.

    Intanto, di fronte a sondaggi sempre meno incoraggianti — in particolare sul referendum sulla giustizia, dove il fronte del No è in netta rimonta — il governo corre ai ripari con una nuova legge elettorale.

    Lo "Stabilicum," che suona più come un farmaco per la regolarità intestinale che come una riforma istituzionale, è un proporzionale con soglia di sbarramento al 3% e un premio di maggioranza flessibile: chi supera il 40% dei voti ottiene fino al 55% dei seggi. Non ci sono le preferenze — una vecchia battaglia di Meloni, silenziosamente abbandonata — e sulla scheda dovrà comparire il nome del candidato presidente del Consiglio, una mossa pensata per mettere in difficoltà un centrosinistra che dovrebbe scegliere in fretta il proprio candidato.

    Una simulazione YouTrend parla chiaro: con il sistema attuale, centrodestra e centrosinistra arriverebbero sostanzialmente in parità; con la nuova legge, la destra avrebbe il 57% dei seggi in Parlamento. Il tempismo è rivelatore. La proposta arriva mentre il fronte del Sì al referendum perde terreno di giorno in giorno, e la comunicazione del governo è diventata più nervosa e flamboyant. Più fanno campagna per il Sì, più la gente si mobilita per il No: una posizione di lose-lose da cui sembra difficile uscire.

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    45 m
  • 221: Lo sanno tutti; non fa niente nessuno*
    Feb 15 2026
    La procura di Milano ha commissariato Foodinho SRL, la società che gestisce Glovo. L'accusa è quella che tutti conoscono da anni: l'algoritmo della piattaforma configura un rapporto di lavoro subordinato mascherato da collaborazione autonoma. Ci sono circa 40 mila rider in condizioni di povertà nonostante lavorino 12 ore al giorno 7 giorni su 7 — con paghe tra 2,50 e 3,70 euro a consegna, per stipendi da 700-1.100 euro lordi al mese. L'azienda fattura 255 milioni.

    Ne parliamo in questa puntata di TRAPPIST: se queste cose le sappiamo tutti, perché ci vuole un PM per farle emergere come problema? Il commissariamento di Glovo si inserisce nel lavoro della procura di Milano, che sta scoperchiando sistematicamente lo sfruttamento lavorativo in settori che vanno dal food delivery alla moda. Mentre i sindacati sembrano non avere gli strumenti per gestire la crisi e il governo fa finta di niente.

    In chiusura della puntata parliamo del referendum sulla Giustizia: il fronte del no sembra in rimonta, ma il vero nodo, a quanto pare, sarebbe la partecipazione. Bisogna vedere se chi dice di essere per il Sì, poi effettivamente andrà a votare.

    Con: Stefano Colombo e Alessandro Massone

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    41 m
  • 220: I nemici dell’Italia
    Feb 8 2026
    Torniamo a parlare del “pacchetto sicurezza,” ora varato dal governo, un provvedimento che era già scritto prima dei fatti di Torino ma che è stato strumentalizzato con una velocità impressionante per creare il clima favorevole alla sua approvazione. La misura più grave è il fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti — parzialmente stemperato dopo le perplessità del Quirinale, ma il cui impatto rischia di essere gravissimo. Non è un mistero che si tratti di una risposta sproporzionata: il ministro della Giustizia è arrivato a evocare il rischio di un ritorno delle Brigate Rosse — un parallelo che prepara il terreno per etichettare come terrorismo qualsiasi forma di dissenso, esattamente come sta facendo Trump negli Stati Uniti. A Torino, intanto, la polizia ha usato violenza eccessiva contro i manifestanti — persone anziane e giovanissimi finiti in ospedale con ferite gravi, e poi schedati — una pratica che apre scenari in cui le persone non si sentano più al sicuro nel cercare cure mediche dopo una manifestazione in cui ci sono stati scontri. Nelle scorse ore, dopo la registrazione di questo podcast, c’è stata un’ulteriore conferma di questa direzione: la presidente del Consiglio che, in merito agli scontri ai margini delle proteste a Milano contro le Olimpiadi, ha parlato addirittura di “nemici dell’Italia e degli italiani.”

    Apriamo la puntata su una notizia che è un risultato di Arianna: la mozione approvata dal consiglio comunale di Monza, che invita le 11 farmacie comunali gestite dalla partecipata Farmacom a sospendere la commercializzazione dei prodotti Teva — un'importante azienda farmaceutica israeliana precedentemente sanzionata dalla Commissione europea per abuso di posizione dominante sul Copaxone, un farmaco per la sclerosi multipla. La mozione, che tutela la continuità terapeutica e prevede la sostituzione con farmaci equivalenti, si inserisce nel solco di iniziative analoghe di altre città italiane, ma sta incontrando resistenze fortissime sia dalla stampa sia dal centrodestra, con una mistificazione immediata: i giornali hanno raccontato che le farmacie avrebbero smesso di distribuire farmaci dall'oggi al domani, ignorando completamente il motivo politico dell'iniziativa — l'assenza totale di sanzioni italiane ed europee contro Israele a fronte di violazioni del diritto internazionale ormai acclarate.

    Con: Arianna Bettin, Stefano Colombo, Alessandro Massone
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    37 m
  • 219: Spettro ICE → Modello ICE
    Feb 1 2026
    Nei giorni scorsi il governo ha finalmente confermato — dopo una serie di smentite al limite dell’imbarazzante — che agenti dell'ICE saranno presenti alle Olimpiadi di Milano-Cortina. L'ICE è l'agenzia preposta alla repressione delle migrazioni, che negli Stati Uniti ha piú di una volta ucciso civili in strada, con 3 morti in meno di un mese. Dopo le dichiarazioni sommesse dei giorni scorsi, giovedì Antonio Tajani ha rassicurato: "Non stanno arrivando le SS."

    Ma, mentre la preoccupazione per la violenza senza controllo degli agenti federali statunitensi era ancora tema al centro del dibattito italiano, in realtà le forze di governo guardavano a quel confronto piú violento e di repressione come a un modello. Sabato, a Torino, la protesta per Askatasuna è finita con veri e propri scontri tra manifestanti e Fdo. La risposta del governo? Crosetto ha definito i manifestanti "nemici, terroristi, guerriglieri" da trattare "senza sconti." Tajani ha rilanciato: "Ecco perché servono le nuove norme sulla sicurezza." Piantedosi ha annunciato nuove misure repressive. Salvini ha detto che "per questa gentaglia il carcere non basta." Senza chiarire cosa si potesse fargli di peggio: pestarli? Ucciderli direttamente?

    La pressione per ulteriore repressione arriva in un momento in cui le infiltrazioni d’estrema destra sono ormai continue: giovedì l’opposizione è riuscita a impedire solo in extremis una conferenza stampa alla Camera che avrebbe visto esponenti dell’estrema destra, e direttamente del movimento skinhead, per parlare di “remigrazione.”

    con: Arianna Bettin, Stefano Colombo, e Alessandro Massone

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