Occhi su Gaza, diario di bordo #119
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Nello stesso giorno, a Gerusalemme, lo Stato di Israele difende davanti alla Corte Suprema il divieto di accesso dei media internazionali a Gaza. La motivazione resta la stessa: sicurezza. Vale anche durante la tregua. Vale anche mentre si dice che il cessate il fuoco è in corso. Così il quadro si compone: colpire chi studia e impedire a chi racconta di entrare. Territorio e narrazione tenuti insieme, sotto controllo.
A Gaza, intanto, la tregua ha un bilancio che non assomiglia a una tregua. Dall’11 ottobre, secondo fonti mediche locali, i morti sono 424 e i feriti 1.199. I soccorritori parlano di corpi ancora sotto le macerie, ambulanze bloccate, protezione civile che arriva tardi perché spesso non arriva affatto. Un bambino di otto anni muore con il padre nel crollo di un edificio già colpito. La tregua lascia intatti i danni, li fa solo cedere con più lentezza.
L’Unione europea prova a rientrare in scena con una dichiarazione: chiede a Israele di consentire l’accesso alle Ong, di garantire aiuti “salvavita”, di tenere conto dell’inverno, delle scuole chiuse, degli ospedali al minimo. Parole scritte mentre, sul terreno, l’accesso resta selettivo e l’informazione resta fuori.
E poi c’è la mappa che si muove. I blocchi di cemento della cosiddetta “yellow line” lungo la costa di Gaza che, secondo reporter palestinesi, vengono spostati in avanti. Centimetri alla volta. Senza annunci. Senza conferenze stampa. Il genocidio che continua anche quando si chiama tregua, fatto di campus occupati, telecamere spente e confini che avanzano in silenzio.
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