La famiglia salvata da un angelo Podcast Por  arte de portada

La famiglia salvata da un angelo

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Sulle mappe c'è scritto Azzarino, ma i montanari la chiamano Adarin questa conca di alture e piccole valli, di prati, pascoli e faggete protetta a sud dal Monte Purga, a nord dai pascoli che salgono alla Beloca e chiusa a est dallo sprofondare della Val d'Illasi. Alla prima (e ultima?) nevicata dell'inverno mi incammino sulla strada che unisce le contrade di questo che fu uno degli antichi Tredici Comuni Cimbri delle Lessinia, le comunità in cui si riunirono i coloni bavaro-tirolesi giunti nel Medioevo, quando portarono quassù, assieme alla loro arte di boscaioli e carbonai, anche la lingua alto-tedesca chiamata Cimbro.Le contrade di Azzarino si sono salvate (ma si salveranno?) dalle lottizzazioni e dai restauri scriteriati. A osservare i tetti di pietra imbiancati dalla neve, pare di camminare dentro a un presepio. In questi giorni, sulle credenze delle case, con poca farina sopra al muschio, si faceva in ogni casa il presepio: il simbolo più tenero della nostra fede. Delia e i suoi tre bambini vivevano nella più isolata di queste case, racconta la storia. Da giorni nevicava e la donna non aveva più niente da dare da mangiare ai suoi bambini, non aveva legna per accendere il fuoco nel camino e le rimaneva solo una vecchia e lacera coperta di lana. Giungo alla cappellina prima di contrada Tece. Qui avevano le loro sentinelle i partigiani di Giuseppe Marozin, comandante fuorilegge che scelse queste contrade isolate per farne il suo rifugio, nell'estate del 1944. E qui i partigiani catturarono un giovane soldato tedesco in fuga, che venne poi ucciso, come la maestra di Tregnago, il figlio di un "fascista" vicentino e un giovane partigiano, tutti e quattro sepolti in un bosco che da allora i montanari chiamarono il Bosco dei Morti. La neve fiocca lenta e ricama ogni cosa di bianco. Ai Battistari si posa sulle lastre che delimitano la carrareccia che conduce alla piccola scuola. I bambini e le bambine la raggiungevano a piedi, che fosse sole, pioggia e neve, e d'inverno portavano con sé una stèla, un ceppo di legna per la stufa della pluriclasse dove una maestra insegnò fino agli anni Sessanta. I figli di Delia no. Loro non potevano portare legna per la stufa della classe: non ne avevano nemmeno per scaldare la loro povera casa. In contrada Foi il vento si alza. Lino mi apre la porta di casa e mi invita a bere il caffè, corretto con abbondante e corroborante grappa. E racconta, come si fa quando nevica, perché la neve ferma il tempo, lega il passato con il presente, rinsalda i legami di una comunità. Qui, ai Foi, viveva il Mago Foeto che nella sua casa custodiva il proibito Libro di Pietro D'Abano; qui avevano il loro "quartier generale" i partigiani di Marozin e, poco più avanti, nel bàito della Riva, custodivano quello che rubavano alla gente.Al Campe c'è Gabriella a invitarmi in casa. «In do veto in giro co sto tempo?», mi chiede stupita. Finché anche lei mi prepara un altro caffè, cammino per questa contrada dove negli anni Cinquanta vivevano più di cento persone, ora ne è rimasta soltanto una. Sgorga dalla fontana un'acqua pura, limpida e fresca che ha dissetato e fatto crescere forti e sane generazioni di montanari, ma qualcuno vi ha apposto un insulso cartello con scritto "acqua non potabile". Ricordo d'aver visto anche delle pietre con scritto PP: Proprietà Privata. Chi le ha messe non sa che le corti, quassù, sono di tutti: nessun montanaro si sognerebbe mai di delimitare la propria proprietà.Proseguo per la Cóal. Davanti alla sua casa, ricordo quando Elvira, l'ultima a vivere qui, si fermava sulla porta, con il volto antico come quelle pietre. E tra queste case immagino Delia camminare con la testa bassa, portando con sé un pentolino vuoto e chiedendo un po' di latte per i suoi bambini, per poi scomparire nella bufera, verso la sua casa. Dietro alla Cóal la neve ha trapuntato con una trina sottile la corona di spine del Cristo scolpito sulla stele di pietra, ha ricamato un fine merletto sui rami dei faggi che avvolgono la carrareccia verso il Pozze. Quando inizio la salita per raggiungere i Senoti, il vento e la neve mi sferzano il volto, mi fischiano nelle orecchie, mi appannano la vista. «L'è vento e neve», dicono i montanari, e quelle due parole significano molto più di una bufera: sono qualcosa che si muove, che si mescola, percuote, urla, schiaffeggia, colpisce, batte. «El fa le sgoldere», si dice ancora. Come si può tradurre la parola sgoldera? Non è un cumulo, non è un riporto di neve. È una lama, una spada, una grondaia, una nube di neve. Quando avremo dimenticato definitivamente queste parole in dialetto, preferendo loro uno sciatto italiano, allora scomparirà per sempre anche ciò che esse indicano.Giunta a casa appena in tempo per non essere dispersa nella bufera, Delia diede ai suoi bimbi il latte che le avevano donato e intiepidì la stanza con l'ultimo ceppo di legna rimasto. Nevicò per giorni e giorni: la donna non avrebbe potuto chiedere ...
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