Occhi su Gaza, diario di bordo #158
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Intanto a Ginevra si combatte un’altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente.
Sul fondo c’è l’altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l’UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l’UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche.
La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un’altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica.
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